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Il tribolato caso matrimoniale di Enrico VIII

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Edizione Speciale bilingue (italiano-inglese) dell’Archivio Segreto Vaticano. Una prima mondiale presentata ufficialmente in Vaticano il 23 Giugno 2009 alle massime Autorità Vaticane, ai membri del corpo diplomatico presso la Santa Sede, ai professori delle Università Pontificie, ad esponenti illustri di istituzioni Militari, politiche, associazioni ed ordini professionali. 

 

Nota di introduzione all’opera -  Sua Eccellenza Mons. Sergio Pagano, Vescovo di Celene – Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano.

Amore nuziale, ragioni di trono, desiderio di figli maschi e quindi di una assicurata posterità, sincero o forse in alcuni momenti calcolato ossequio religioso, condiscendenza ad umane debolezze e insieme fierezza di sangue, le virtù dei principi Tudor e i vizi della loro corte, il servile ossequio ed anche il dignitoso contegno di nobili ed ecclesiastici, le ardite ambizioni di una dama e la cocente delusione di una fiera regina, sono elementi che si intrecciano in uno scenario, degno della penna di Shakespeare (egli infatti ne traspose i fatti in dramma storico), che fa da sfondo alla «Grande Questione» di Enrico VIII, ovvero al processo di divorzio del sovrano da  Caterina d'Aragona e ai febbrili tentativi di giungere all'ambìto nuovo matrimonio con Anna Boleyn, dalla quale il re sperava quell'erede maschio che la legittima consorte non era più in grado di dargli.
  
   L'Archivio Segreto Vaticano fin dal 1530 custodisce l'atto che in certo modo può ritenersi, se non il più importante, almeno il più vistoso ed emblematico della caparbia volontà del sovrano inglese in tutta quella contorta e dibattuta questione (A.A., Arm. I-XVIII 4098A). Si tratta della lettera inoltrata a Clemente VII dai Lords d'Inghilterra, in data 13 luglio 1530, per decidere il pontefice a riconoscere la nullità del matrimonio di Enrico con Caterina, per quelle che agli scriventi apparivano giuste ragioni canoniche, del resto a lungo discusse in Inghilterra e fra i legati o gli incaricati di Roma, avuti anche gli autorevoli pareri delle università di Cambridge, di Orléans, di Oxford, di Angers, di Bologna, di Bourges, di Padova e di Parigi. Firmarono la supplica (grande pergamena scritta con bella umanistica) ben ottantatré illustri personaggi e quasi ognuno di loro (salvo pochissime eccezioni) appose all'impegnativo documento il proprio sigillo o il sigillo a sua disposizione, sia che i sottoscrittori fossero convinti delle ragioni che si esponevano al papa pro parte Henrici, sia che fossero costretti ad aderire al testo della lettera (come alcuni di loro furono) dalla violenta azione del sovrano, che a quel punto, stanco di far rivoltar le carte dei codici di diritto dai giuristi e dal clero a lui soggetto e di tessere un arduo rapporto con la Santa Sede che durava fin dall'aprile del 1527 (anno tanto infausto per Clemente VII, vittima delle truppe imperiali durante il terribile Sacco di Roma) era deciso, volente o nolente la «Suprema Sede», a convolare a nuove nozze con Anna Boleyn, di cui si era fieramente invaghito nei festeggiamenti carnevaleschi del febbraio del 1526.

   Altri documenti, meno solenni ma parimenti importanti (anzi, forse più), precedettero e seguirono, per parte inglese e per parte romana, la nostra «Supplica», com'è ben noto, ed essa in fondo, malgrado la fatica politica spesa e i drammi delle coscienze che suscitò all'atto di pensarla e di scriverla, riuscì, per così dire, supremamente inutile. Il papa non credette di ravvisare nel nostro documento e in quelli che lo prepararono alcun elemento dirimente la questione del divorzio (inteso come divortium quoad vinculum), sospese la «Causa Anglica» e avvertì il sovrano (il 5 gennaio 1531) di non procedere verso un nuovo matrimonio; il re era ormai sordo alle ragioni di Roma, o forse troppo convinto delle proprie, e il 25 gennaio 1533 sposava Anna Boleyn. Altro non restava a Clemente VII che dichiarare invalido il recente matrimonio e fulminare la scomunica ad Enrico l'11 luglio di quell'anno, sebbene gli effetti fossero sospesi fino al settembre venturo, per dar tempo al sovrano, nell'eventuale e auspicato suo ravvedimento, di lasciare Anna e di far ritorno dalla sua legittima e vera consorte, Caterina d'Aragona. 
Clemente VII farà appena a tempo a dichiarare invalido il matrimonio di Enrico con Anna Boleyn il 23 marzo 1534, prima di terminare il suo pontificato poco più che decennale, intristito da complicanze politiche e religiose d'ogni genere, il 25 settembre 1534. Altre morti (e questa volta crudeli) seguirono in Inghilterra nell'anno seguente: l'esecuzione del cardinale John Fisher (22 giugno 1535) e quella dell'integerrimo e incorruttibile Thomas More, Cancelliere di Enrico fino al 1532, dimessosi poi per tutelare la sua buona coscienza,  imprigionato nella Torre di Londra e condannato a morte dal suo sovrano, quasi un novello Giovanni Battista, perché non potesse più rimproverargli — anche nella muta condotta, che suonava però aperto dissenso — la sua immorale «tresca» con Anna Boleyn e il viziato matrimonio. Il successore di papa Medici, Paolo III Farnese, fulminò altra scomunica contro Enrico VIII il 30 agosto di quel fatidico anno. Al principio del nuovo, il 1536, trovava la morte la povera e dignitosa regina Caterina d'Aragona (7 gennaio), già spenta da tempo nel suo animo e quasi esiliatasi dalla corte ed anche da questo mondo.
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Quel che seguì in Inghilterra attorno all'irascibile Enrico ha veramente del tragico: Anna Boleyn fallì (o meglio la natura la fece fallire) nell'intento principale per il quale Enrico l'aveva sposata: non gli diede alcun erede maschio, e due gravidanze finirono tristemente in aborti; ella poi, che aveva reso il sovrano quasi sfrontato di fronte al Parlamento, ai nobili, alla stessa Santa Sede, sarà giustiziata nella Torre Verde il 19 maggio 1536, vittima di quegli intrighi cortigiani che l'avevano resa troppo sicura; Enrico sarà costretto a risposarsi, e finalmente avrà dalla nuova moglie, Jane Seymour, l'erede agognato, Edoardo, nato il 12 ottobre 1537, mentre però la madre moriva nel suo letto, poche settimane dopo, di quel parto. Dopo mille altre peripezie e tre nuovi matrimoni, Enrico giungeva alla fine dei suoi giorni nel 1547: con quella sua tanto caparbia causa matrimoniale aveva generato una frattura da Roma (la Ecclesia Anglica, appunto) che ancora oggi non si è ricomposta. Per una evidente nemesi storica i calcolati fini di Enrico, di porre sul trono d'Inghilterra un suo figlio maschio ed evitare che lo scettro finisse in mano ad una donna,  si rovesciarono con gli eventi che seguirono la sua morte, perché il successore, Edoardo VI, salito al trono nel 1547, moriva di tubercolosi pochi anni dopo, nel 1553, e la corona toccò allora proprio ad una donna, che fu la regina Maria.

   Questo lo scenario, come dicevamo, che sta dietro al nostro documento, che in ragione della sua preziosità e della solennità che gli conferisce un insieme tanto vistoso di sigilli, appesi con fettuccia intessuta e quasi ricamata sul documento pergamenaceo stesso, si è deciso di riprodurre in fac-simile conforme in tutti i suoi aspetti all'originale e collocarlo, come Numero IV, all'interno della collana «Exemplaria Praetiosa Archivi Vaticani».

   Gli scopi che motivano anche questa speciale «edizione» sono i medesimi che io ebbi modo di enunciare all'apparire del Numero I degli «Exemplaria»: realizzare edizioni in fac-simile di alto livello di taluni documenti custoditi nell'Archivio Segreto Vaticano, che possano interessare il pubblico degli amanti e dei cultori delle memorie storiche, corredati da opportuni commentari storici (redatti da Officiali dell'Archivio Segreto Vaticano), al fine di promuoverne la diffusione e quindi anche l'adeguato ricavo economico che l'Archivio Vaticano impegnerà (come ha fatto fin qui per i proventi derivati dalla vendita degli altri Exemplaria) nell'ingente e costoso lavoro di restauro della propria smisurata documentazione.

   Il Commentario storico che accompagna e illustra il fac-simile del nostro documento è curato dai Dottori Marco Maiorino (parte introduttiva storica, paleografica, diplomatica e cronologica) e Luca Becchetti (parte sfragistica e araldica). Il lettore avrà modo (senza miei giudizi) di apprezzare la cura, veramente meticolosa, estesa in anni di ricerca e di lavoro, con la quale il documento viene qui presentato, edito e illustrato. Non si va lontano dal vero se si dice che taluni aspetti della redazione, della confezione e della trasmissione a Roma della supplica appaiono qui come inediti nella pur vastissima bibliografia che, soprattutto da parte inglese, si è prodotta fino ad oggi.
 A me resta il gradito dovere di ringraziare i due Officiali dell'Archivio Vaticano per questa loro fatica, che spero possa in futuro, vista l'ottima qualità, trovare nuovo sbocco.

      Su incarico esclusivo di questa Prefettura, «Scrinium» - che ha sostenuto il progetto - si occupa inoltre, con mandato fiduciario, della divulgazione e dell'assegnazione di questo come degli altri Numeri degli «Exemplaria Praetiosa» rivolgendosi a collezionisti pubblici e privati e agli amanti di cimeli storici.

  A me non resta che augurare, infine, pieno successo all'iniziativa presente e ribadire il mio plauso alle persone che ad essa hanno dedicato intelligenza, energia, mezzi economici e tempo



 
         
         
         
 
 

 

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